Giovanni Battista
Pergolesi nacque nel 1710 a Jesi, vicino a Ancona, nelle Marche. I suoi familiari
venivano da Pergola, un paese vicino a Jesi, ed erano conosciuti a Jesi come i Pergolesi.
Il padre essendo relativamente benestante come amministratore di una
confraternita religiosa poté permettersi di far studiare il figlio, che
dimostrava fin da giovanissimo un’attitudine molto promettente per la musica.
Giovanni Battista rimase purtroppo orfano presto, ma per il suo eccezionale
talento ottenne la protezione del marchese Cardolo Maria Pianetti che lo fece
iscrivere al famoso conservatorio napoletano dei Poveri di Gesù Cristo. A
quindici anni Pergolesi era già un
promettente allievo di alcuni compositori di spicco del conservatorio, il più noto
dei quali era Francesco Durante. Un musicologo inglese del settecento, Charles
Burney, in visita a Napoli, racconta che il conservatorio era diviso in piani.
Al primo erano alloggiati gli strumentisti, che suonavano tutti insieme facendo
per tutto il giorno un grande baccano, al secondo piano alloggiavano i
cantanti, al terzo i compositori e al quarto, sotto il tetto dell’edificio che
era più caldo d’inverno, i castrati, che si pensava fossero di salute più
delicata. La scuola di musica Napoli era famosa in tutta Europa e sfornava
strumentisti, cantanti e compositori di altissimo livello. Napoli era infatti la
capitale della musica europea. Pergolesi era un giovane musicista così bravo
che si pagava da solo la retta del conservatorio, esibendosi in numerosi
concerti come primo violino. Nel 1731, a ventun anni, alla fine del percorso di
studi, ricevette per la sua fama come violinista e compositore l’incarico di
scrivere la sua prima opera, La Fenice, per un importante teatro napoletano, il
san Bartolomeo. La Fenice non fu molto apprezzata dal pubblico, ma la sua
seconda opera, Lo frate innamorato, scritta nel 1732, ebbe un successo
immediato, sia a Napoli che nelle altre città Italiane e estere. La musica di
Pergolesi faceva furori anche a Parigi, e scatenò una disputa tra i melomani
che sostenevano la nuova musica di gusto napoletano e i cultori della
tradizione francese, affezionati ai classici come Jean Baptiste Lully e Jean
Philippe Rameau. Persino il filosofo Jean Jacque Rousseaux, che da giovane era
un apprezzato musicista, era un estimatore convinto della musica di Pergolesi e
del gusto napoletano.
A Napoli i
protettori di Pergolesi erano seguaci degli Asburgo e quando nel 1734 Carlo di
Borbone conquistò la città, molti di loro si trasferirono a Roma. Tra questi i
principi della famiglia Colonna, sponsor principali del giovane Pergolesi, che
nonostante i successi napoletani, decise di seguire i suoi protettori a Roma,
dove scrisse un’altra opera, l’Olimpiade, su libretto del famoso Metastasio.
Tuttavia nel 1734 le sue condizioni di salute peggiorarono considerevolmente.
Il maestro era affetto da una grave forma di tubercolosi, la stessa che aveva
precocemente causato la morte dei genitori. Era probabilmente un’infezione
polmonare, accompagnata da una grave artropatia tubercolare. Infatti era gobbo
e strascicava la gamba sinistra, probabilmente per una grave forma di tubercolosi
vertebrale. A quei tempi non c’erano chemioterapici per curare questa malattia,
ma si pensava che l’aria buona potesse facilitare la guarigione del musicista.
Tornato a Napoli, Pergolesi continuò a scrivere opere liriche e musica
religiosa, ma le sue condizioni di salute si aggravarono e gli fu consigliato
di trasferirsi a Pozzuoli, perché i medici del tempo pensavano che i vapori
sulfurei potessero alleviare i sintomi dell’infezione polmonare. Il maestro
prese alloggio in un appartamento vicino al convento dei cappuccini di Pozzuoli
dove si mise a lavorare a uno Stabat Mater. La composizione gli era stata
commissionata un anno prima dalla confraternita dei Cavalieri della vergine dei
dolori di san Luigi, che aveva anticipato il pagamento di 10 scudi. La
confraternita aveva anche pagato in precedenza Alessandro Scarlatti, un grande
musicista napoletano, che aveva scritto un’altra versione della stessa opera.
Lo Stabat Mater era considerato un elemento fondamentale per le attività
religiose pubbliche della confraternita e la versione di Scarlatti veniva
eseguita ogni anno per officiare la liturgia della settimana santa. Lo Stabat
Mater di Scarlatti è un’opera di grande qualità artistica, scritta da un grande
maestro, tuttavia anche a quei tempi esistevano le mode musicali e i membri
della confraternita volevano qualcosa di nuovo, scritto da un giovane compositore
che era diventato ormai famoso in tutta Italia. Pergolesi aveva preso l’impegno
di dedicarsi alla scrittura dell’opera e accettato un anticipo di pagamento e
nonostante stesse malissimo si mise alacremente a lavorare. Il maestro aveva allora ventisei anni e
decise di comporre lo Stabat Mater senza coro, con parti per soprano e
contralto soliste, archi e basso continuo. La tradizione vuole che l’opera
fosse composta nelle ultime settimane di vita del musicista. Si racconta anche
che uno dei maestri di Pergolesi, Francesco Feo, saputo che l’allievo stava
male, andò a visitarlo a Pozzuoli e trovandolo a letto che componeva, lo
redarguì dicendo: “Devi curarti, non scrivere musica”. Al che Pergolesi replicò: “Ah, caro maestro,
io scrivo uno Stabat a due voci per la congregazione dei cavalieri di san Luigi,
per cui sin dall’anno passato mi diedero dieci ducati. Ora debbo scriverlo, che
non vale dieci baiocchi tanto sono debole e sfinito. A Dio piaccia ch’io termini. Se non ci lavoro questa musica varrà dieci
baiocchi”.
Il manoscritto
originale dello Stabat Mater finì disperso dopo la morte di Pergolesi, ma fortunatamente
è stato ritrovato da una giovane musicologa americana. Era finito nella
biblioteca dell’abbazia di Montecassino, ma miracolosamente nel 1944 i frati
l’avevano trasferito in salvo prima dell’inizio della battaglia tra tedeschi e
alleati, che distrusse il monastero e ogni cosa che vi era custodita.
Risulta evidente
esaminando il manoscritto che Pergolesi lavorò allo Stabat Mater con una grande
fretta. Il testo originale è pieno di correzioni e di scarabocchi. Nell’ultima
pagina il maestro ha scritto come commento: Finis Laus Deo. Lo Stabat
Mater è sicuramente l’opera più bella che ci ha lasciato Pergolesi. Fu eseguito
per la prima volta l’anno dopo la morte del maestro. Ebbe un immediato successo
in Italia e poi tutta Europa, che dura fino ad oggi. Il grande Johan Sebastian
Bach, come usava a quei tempi, ne usò la musica (non c’era il copyright!) riadattandoci
un testo in tedesco di un salmo della bibbia. Vincenzo Bellini non riusciva a
suonarlo al piano senza mettersi a piangere, e Rossini resisté per anni alle
richieste di scrivere un altro Stabat Mater, perché secondo lui l’opera di
Pergolesi era un unicum di perfezione irraggiungibile. Si tratta in effetti di
un’opera di bellezza assoluta. Dovremo essere grati al povero Giovan Battista
Pergolesi, che soffrì stoicamente le pene di una malattia spietata, consumando le
sue ultime energie vitali per creare un capolavoro musicale che dopo quasi tre
secoli commuove ed entusiasma i musicisti e gli amanti della musica di tutto il
mondo.
Ascolto
consigliato: Pergolesi, Stabat Mater, Claudio Abbado. London
Symphony Orchestra, 1985.
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